Fantascienza & Fantasy

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Gargoyle prosegue nell'ammirevole opera di presentare nuovi autori. Ma soprattutto di valore.
Le spade dell'imperatore (ovvero "le cronache del trono incompiuto", una trilogia) è un vero e proprio "classicone": un nemico misterioso uccide l'imperatore e mette in pericolo l'intero impero. 
La storia è raccontata seguende le peripezie dei tre figli dell'imperatore, il primogenito Kaden che da otto anni vive in un remoto eremo, addestrato da ferrei monaci per conseguire la piena coscienza di se e forse l'acesso ad antichi poteri, il secondo Valyn invece è un cadetto del più incredibile gruppo di guerrieri del mondo conosciuto, ed infine Adare, che pur essendo la maggiore non potrà mai salire sul trono perchè femmina, però è stata nominata ministro.
Intrighi, attentati, omicidi... c'è tutto.
I personaggi magari sono un po' stereotipati, l'ambientazione non è proprio originalissima, ma la storia ha ritmo, si legge bene e scorre. Infatti quello che manca in originalità è compensato dall'intreccio, su cui l'esordiente Staveley si è prodigato.
Tutto sommato un'opera gradevole, e se Staveley saprà migliorarsi potrebbe un giorno scrivere qualcosa al livello di un Gemmel, per fare un nobilissimo esempio (ormai perduto).
Voto: 7
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Abercrombie non è autore capace di scrivere grandi trame, ma pochi possono vantare personaggi più incisivi e veri.
Questo romanzo, il primo della "Trilogia del Mare Infranto", non ha niente a che vedere col mondo della Prima Legge, anche se ovviamente una certa continuità stilistica si avverte. I personaggi sono meno spietati e cinici, anche se la storia del protagonista è quella di perdere l'innocenza adolescenziale per diventare un adulto capace di tutto.
Il Mezzo Re perchè Yarvi, principino di un regno barbarico proto vikingo (non solo i nomi dei personaggi e dei luoghi, ma la stessa ambientazione è assai simile al Baltico medievale), è considerato un mezzo uomo avendo dalla nascita una mano deforme. Quindi ben poco adatto alla guerra, alla vita di un vero uomo. E' destinato a diventare una sorta di sacerdote, ed invece... la vita lo porta in ben altra direzione.
Abercrombie non inventa niente di nuovo (ammettiamolo: chi davvero scrive qualcosa di mai letto prima?), ma rivisita con occhi moderni storie antiche applicandole a personaggi "veri". I suoi protagonisti sorprendono, e per una ragione unica: non fanno mai niente di scontato, almeno in una storia fantasy, semmai si comportano come ci comporteremmo noi. Se avessimo l'onestà di ammetterlo.
Insomma: un'altra prova degna di essere letta. Se siete stanchi di elfi arcieri, troll mazzatori, di maghi e delle loro palle di fuoco, di eroi immacolati e di principesse innamorate.
Voto: 8,5
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Chiunque, in possesso di sanità mentale, rifuggerebbe da un libro scritto da tal "Django Wexler", che sembra lo pseudonimo adottato da zio Edoardo per pubblicare sul web racconti pornografici.
Ed invece... 
Django è effettivamente il nome di un puro concentrato di nerd (ha lavorato addirittura per Bill... Gates), che potrebbe benissimo apparire nella serie TBBT (voto: 10++++), ed ha messo a frutto le sue passioni (in questo caso fantasy e wargame) in questo primo romanzo del ciclo "Shadow campaigns".
La storia è quella di un avamposto formato da scarti dell'esercito reale, stanziati in un regno abbastanza remoto, i cui membri -con l'eccezione del protagonista, il capitano d'Ivoire, uomo retto ma privo di fantasia- aspettano con ansia di essere rimpatriati. Una ribellione di fanatici ha scacciato il re fantoccio e loro stessi dalla capitale, e li ha confinati in una fortezza in stato di abbandono.
Quando finalmente arriva la flotta a salvarli scopriranno, con sgomento, che il piano non è il rimpatrio, bensì la riconquista del regno perduto, sotto il comando di uno strano colonnello.
Il romanzo si divide in due parti: la prima è quella della campagna militare (molto ben scritta) che porta i protagonisti alla capitale. Nella seconda parte prende il sopravvento l'aspetto più fantasy, che poi sarà il filo che annoderà "I mille nomi" alle future pubblicazioni.
Il romanzo è scritto molto bene, i personaggi sono tutti ben costruiti, anche l'ignobile sergente Davies che poteva facilmente cadere nello stereotipo del bullo da quattro soldi. Se proprio si deve muovere un appunto a Django (oltre al nome, ma questa non è colpa sua) è quello di non aver delineato perfettamente l'aspetto fantasy, ma l'ambientazione geografica (nilotico-arabeggiante) nonchè quella storica (la Gran Bretagna dell'era napoleonica) sono di tutto rispetto. Come, appunto sembra di intuire, la trama complessiva del ciclo, dal momento che il finale di questo sembra prefigurare sviluppi assai interessanti.
Voto: 8
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Parlando di Turtledove la prima cosa che viene in mente è il Ciclo di Videssos, articolato a sua volta in varie sotto fasi (la prima, quella della Legione Perduta, è una delle migliori ed appassionanti serie mai scritte).
Di valore minore, ma comunque "leggibili", sono altri cicli, come quello dell'Invasione ed il successivo Colonizzazione.
Purtroppo nel suo eclettismo Turtledove si è voluto cimentare anche con gli universi paralleli (Crosstime Traffic), e come se non bastasse il ciclo sarebbe indirizzato ad un pubblico adolescente.
Il primo volume pubblicato in Italia è "Guerre imperiali", seguito da "l'ultimo Reich". Fortunatamente la Hobby & Work ha sospeso la pubblicazione dei romanzi successivi. L'idea è quella dello sfruttamento da parte di una società (per cui lavora la famiglia protagonista, ovvero i genitori dei due adolescenti protagonisti) degli universi paralleli, rimasti ovviamente tecnologicamente indietro rispetto alla Terra dei protagonisti. Così nel primo romanzo, dove l'Impero Romano non è mai finito soffocato però da una cieca burocrazia e tecnologicamente fermo al 300 d.c., i nostri eroi dovranno vendere gadget di bassissima tecnologia (orologi patacca, specchi e coltellini svizzeri) in cambio di derrate alimentari. La macchina che permette gli spostamenti si blocca nel momento in cui i genitori sono costretti a tornare nel loro mondo, così fratello e sorella sono costretti  a cavarsela durante un assedio che l'impero nemico di Roma ha fatto proprio alla città che li ospita (colmo della sfoprtuna!).
Turtledove non ha mai avuto uno stile particolarmente ricco, ma in questo caso si può indiscutibilmente parlare di scrittura piatta. I personaggi, tutti indiscriminatamente, sono stereotipati e privi di qualsiasi credibilità Soprattutto la trama è praticamente inesistente, possono trascorrere decine di pagine assolutamente vuote con l'unico intento di spiegare cosa fosse l'impero romano e quanto sia meglio l'America.
Scrivere per adolescenti non significa scrivere per deficienti. Questi romanzi (il successivo se possibile è peggiore) sono indirizzati non ad un lettore adolescente, bensì ad un lettore che ha subito gravi menomazioni cerebrali.
Non se ne può consigliare l'acqusto neppure per usi alternativi: ad esempio per tavoli zoppicanti oppure l'accensione della carbonella (la carta non è di qualità).
Illeggibili ed inutili in senso assoluto.
Voto: 1
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La pubblicazione di questo libro ci fa capire, meglio di moltri altri esempi, quanto sia profonda la crisi della fantascienza in Italia. Venti anni fa un romanzo come questo sarebbe stato impensabile vederlo pubblicato. Dalla più piccola casa editrice italiana alla sua seconda uscita. La Nord o la Mondadori se lo sarebbero disputato e probabilmente lo avremmo visto tra i Cosmo Argento.
Quando ancora si pubblicava fantascienza.
Ringraziamo Zona 42 ed andiamo avanti, verso questo triste crepuscolo post atomico (e pre "urban fantasy"), col suo commento.
Questo romanzo ha una delle più belle ambientazioni che abbia mai letto: si svolge all'interno di una sfera chiusa (Virga)  costruita intorno ad un sole (Candesce). Nell'immenso volume di spazio così generato gli esseri umani hanno sviluppato habitat/nazioni che ruotano intorno al Sole principale; oppure sono andati più lontano dal suo calore rendendo abitabile lo spazio gelato accendendo piccoli "soli" artificiali. Chi è in grado di controllare l'accenzione di un "sole" ha il controllo del potere. La gravità, ovviamente, è solo quella dovuta alla rotazione degli habitat. Tutto il sistema socio/economico ed ecologico costruito da Schroeder sulla base di queste premesse è perfettamente coerente, e credibile. Il sistema del Sole dei soli, poi, è volutamente tenuto (anche per la scarsità delle risorse) in una relativa arretratezza tecnico/scientifica.
Questo romanzo è solo uno di un ciclo che vede Virga come vero protagonista, mentre nello specifico è Hayden Griffin il personaggio principale. La storia è picaresca, rutilante di avventure, battaglie e colpi di scena. Ha qualcosa di Jack Vance, di Vernor Vinge e di Poul Anderson. Ma oltre questo livello, indiscutibilmente piacevole e godibilissimo, ce n'è anche un altro che riguarda Hayden, orfano in cerca di vendetta contro coloro che gli hanno ucciso i genitori mentre cercavano di accendere un nuvo sole e liberare dal giogo dell'oppressore la propria nazione/habitat. Riguarda il prendere coscienza che il bene ed il male, il giusto o lo sbagliato, non sono poi così chiari e netti. Diventare adulti è un'operazione complicata, e la vita è fatta più da sfumature che da toni netti.
Sinceramente non capisco perchè quest'opera non sia finita fra i finalisti del Nebula o dell'Hugo.
In conclusione: un romanzo che non deve mancare nella libreria del vero appassionato di fantascienza. Oltretutto ha anche una copertina veramente bella (tanto che, contrariamente al solito, la pubblico nel blog).
Voto: 9
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Non può non venire in mente Abercrombie leggendo questo romanzo (il primo di un ciclo). Lo stile è quello: rude, duro e violento. Anche i protagonisti ricordano molto quelli di Abercrombie (il parallelo tra Brodar Kayne e Logen Novedita è indiscutibile), ma non sono tratteggiati così bene. In compenso l'intreccio e l'ambientazione sono più ricche.
I nostri protagonisti si muovono in un mondo in rovina, nel quale gli Dei sono stati uccisi dai Sommimaghi, uomini che col trascorrere dei secoli sono diventati capricciosi e crudeli esattamente come gli Dei che avevano voluto eliminare. Sono loro che governano l'angolo di mondo dove si svolge la storia, ed è il loro conflitto per la supremazia che muove lo svolgimento del racconto. E' un mondo crudele quello che descrive Skull, la vita umana è praticamente priva di valore, si può morire per poco, niente addirittura.
I vari protagonisti cercano di sopravvire, ognuno facendo la cosa giusta, qualcuno per se altri meno egoisticamente.
Dietro lo scontro tra i tre Sommimaghi maggiori (in realtà ce ne sono di più, ma uno sparisce all'inizio e degli altri se ne parla appena) s'intravede qualcosa di assai peggiore, che indiscutibilmente costituirà il nucleo dei prossimi volumi che si preannunciano interessanti.
In conclusione non si tratta di un capolavoro, ma il ritmo è assai sostenuto, la storia è abbastanza elaborata, si legge veramente di corsa e viene voglia di procurarsi subito il secondo volume. Sinceramente non è poco.
Voto: 7,5
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Richard Ford, scrittore inglese, ha esordito nel fantasy (scrive anche steampunk e urban fantasy) con questo romanzo, prima opera del ciclo di Steelhaven.
Bisogna riconoscere a Ford una certa ambizione: ci sono numerosi personaggi e di capitolo in capitolo lo svolgersi della storia è vista attraverso i loro occhi. Compresi quelli di qualcuno che non può essere ascritto nel'elenco dei "buoni". Può capitare che lo stesso avvenimento sia seguito da più angolature, ed è interessante.
In questo primo libro la storia, però, segue un percorso fin troppo classico: il cattivo di turno ha preso il controllo delle tribù dei barbari che infestano i confini del regno ed ha plasmato un temibile esercito. Per andare sul sicuro e vincere la guerra ha deciso di avviluppare la città di Steelhaven in una rete di intrighi.
Lo stile di scrittura, il ritmo degli avvenimenti ed i personaggi, in qualche modo ricordano Abercrombie, l'ambientazione invece Lynch, però non raggiungono i loro livelli.
Il fatto di cambiare ad ogni capitolo protagonista, ed aver creato una serie di personaggi comunque interessanti (con l'eccezione della principessa, una petulante banalità uguale a mille altre principesse), arricchisce il romanzo di un certo brio.
Sicuramente non è un capolavoro, ma essendo ormai in tempo di letture sotto l'ombrellone, non se ne può non consigliare la lettura.
Voto: 7-
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Stranamente questo romanzo viene presentato come un'opera fantasy, cercando di non spoilerare dico soltanto che, dati gli argomenti trattati, decisamente non è un romanzo fantasy, semmai è vera e propria fantascienza.
I protagonisti sono i Bambini, umani immortali che muoiono al compimento del 14° anno di età per poi rinascere altrove. Conservando i ricordi delle vite precedenti. Ovviamente la loro visone del mondo è assai particolare, come pure il loro rapporto con le famiglie "pro tempore" (circondati dall'amore di una madre che lo è solo biologicamente e che, in confronto alla loro esperienza plurimillenaria, è davvero una bambina).
Le loro vite non sono poi così meravigliose come si potrebbe immaginare: rinascere con le facoltà mentali ed i ricordi intatti nel corpo di un inerme neonato, destinati ad una breve vita biologica con pochissima autonomia individuale.
Eppure, col tempo, sono riusciti a costituire un Network mondiale, cui partecipa buona parte dei 421 membri della loro stirpe.
Una scoperta scientifica ed una terribile minaccia pongono in pericolo non solo i Bambini ma l'intera razza umana, e solo loro sono in grado di salvare il pianeta.
Questa è la storia per sommi tratti. Il romanzo è ben scritto, ha ritmo e si legge via via sempre più velocemente. I vari personaggi sono ben tratteggiati, forse i "cattivi" sono un po' più "sfumati", ma complessivamente è scritto molto bene, soprattutto il protagonista principale, Arthur, è un perfetto, strano "Bambino" dove l'autore è riuscito a collocare aspetti da millenario soggetto che ha attraversato tutte le epoche storiche insieme ad elementi di adolescente in attesa dell'età adulta (che non ha mai vissuto realmente).
Ad essere onesto non ho capito la fine, nel senso che gli avvenimenti descritti sembrano incompatibili. Evidentemente c'è un sottinteso che non sono riuscito a cogliere. Che forse sarà più chiaro nei prossimi libri (si tratta di una trilogia).
Voto: 7,5
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C'è un certo genere di scrittura in cui si sente molto forte a sensibilità femminile (ovviamente non sto parlando di letteratura "rosa"). Certo, lo stesso si può dire in senso opposto per quanto riguarda buona parte della fantascienza e del fantasy "maschile", ma resta il fatto che i due generi sono stati creati soprattutto da "scrittori" per "lettori".
Ed il Ratto è, giustappunto, un maschio.
Detto ciò arriviamo al romanzo in questione.
Non l'ho capito.
E' la storia della povera orfanella nipote del più potente sovrano che governa, con l'aiuto del dio supremo, ogni regno del mondo, che viene trascinata nel palazzo reale per disputarsi con gli altri due cugini la successione al trono. Il tutto è reso ancor più complicato dall'intervento di altri dei, fratelli e figli del dio supremo, resi schiavi, asserviti alla famiglia della protagonista.
Segreti indicibili, questioni morali, tradimenti, crudeltà e macchinazioni.
Tutto questo dovrà superare l'orfanella prima di arrivare ad una conclusione.
Indiscutibilmente il romanzo non ha incontrato il mio favore. Riconosco che sembra essere stato scritto bene, ed anche strutturato con una certa cura.
Ma il risultato purtroppo mi ha lasciato deluso.
Ci sono state grandi scrittrici, penso alla Le Guin, alla Tiptree, Zimmer Bradley... ecc ecc. (oppure a Delaney, per quanto riguarda gli scrittori "afro"... la Jemisin è di colore), ma nessuna di loro mi ha dato così forte la sensazione di una scrittura di genere. "Femminile", ed anche un po' di colore, appunto.
Forse quello che per me è un limite, lei lo considera un punto di forza. Ma resta il fatto che questo romanzo non mi è piaciuto.
E" il primo romanzo di una trilogia.
Voto: 5
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Questo secondo romanzo della trilogia del Silo è indiscutibilmente superiore al primo che, seppur scritto con sufficiente verve e ritmo, mancava di elementi capace di dargli un "qualcosa" in più. Con questo secondo volume la storia acquisisce di spessore, di profondità e di una sua autonimia rispetto ad una delle tante distopie postcatastrofiche sotterranee di cui la fantascienza ha già scritto abbondantemente negli ultimi 70 anni.
Anche in questo caso il romanzo è scritto attraverso più personaggi ed è spalmata in un lungo arco temporale (SPOILER) ricongiungendosi alla fine con il preceente volume. Il terzo e conclusivo presumibilmente servirà a unire i due principali personaggi dei due reomanzi, che dovrebbero portare in salvo ciò che resta del'umanità.
Invero non si può entrare nello specifico della stria senza privare così il piacere della lettura all'aspirante lettore. Il quale, se non conosce il ciclo, è fortemente consigliato di cominciare dal primo libro (Wool). La trama è indiscutibilmente ben strutturata, così pure lo svolgimento. Quaslhe appunto semmai lo si deve fare sui protagonisti principale, se nel primo romanzo l'eroina era fin troppo positiva e volitiva, nel secondo il politico è un po' troppo piagnone e indeciso, e quindi calcando un po' troppo la mano sulle sue debolezze scade in credibilità (perchè mai il deus ex machina di tutto il progetto si è affidato così tanto ad un simile pappamolla?).
Nell'ormai inaridito fiume della fantascienza moderna (per leggere una novità, almeno in Italia, bisogna attendere una bolla papale) direi che questo ciclo diventa imperdibile. Sinceramente dire ciò mi addolora.
Voto: 8
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Si tratta di tre racconti, scritti nell'arco di oltre un decennio, che vedono come protagonisti un cavaliere errante di umilissime origini (Dunk, ovvero "Ser Duncan l'Alto", di Fondo delle Pulci) ed il suo scudiero che proprio umilissimo non è. Anzi: sotto le spoglie del discolo Egg si cela Aegon Targaryen, sangue dei Draghi. Non sto spoilerando più di tanto: in poche pagine il segreto viene svelato.
E' evidente che Martin aveva preso molto in simpatia l'idea di inserire questa strana coppia nella sua storia, ma nel ciclo principale era ben difficile giustificare un Targaryen (oppure un Lannister o uno Stark) in siffatta situazione, e comunque l'impatto si sarebbe annacquato alquanto.
Così ha anticipato di qualche decennio la loro narrazione, che si svolge fra i novanta ed i cento anni prima rispetto a quelle principale.
Il primo racconto è del 1998, agli albori del ciclo, mentre il secondo ed il terzo sono più recenti (2003, 2010) a conferma che la sua vena creativa si era un po' inaridita. Sennò per quale altra ragione avrebbe perso del tempo a scrivere storie secondarie quando lo scontro principale era ancora nel caos narrativo più completo?
Probabilmente Dunk ed Egg sono serviti a Martin per "staccare un po'", per riprendere il filo di una storia che stava diventando troppo complessa ed articolata, senza allontanarsene troppo.
In ogni caso il libro si legge bene. Dei tre racconti il primo è il più appassionante, anche se a dire il vero la sua originalità è prossima allo zero Kelvin. Il secondo racconto è più originale, ma la storia lascia un po' di amaro in bocca.
Per chi è già "drogato" delle Cronache del ghiaccio e del fuoco ovviamente questo libro è un "must". In ogni caso si tratta di una piacevole divagazione nel fantasy.
Voto: 7,5
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Si conclude, magnificamente com'era cominciata, la trilogia della Prima Legge (The First Law Trilogy). Sinceramente trovo che Abercrombie sia nettamente superiore a Martin, le cui Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (adesso chiamate "Game of Thrones"!) sono sostanzialmente una magistrale soap-fantasy-opera (pur godibilissima).
Abercrombie sceglie una strada ben diversa, un pulp fantasy fatto sostanzialmente di fango, sangue e merda (grimdark fantasy, per coloro che amano le etichette). Quest'ultima abbonda soprattutto nelle coscienze dei suoi personaggi. Non c'è nè neppure uno che sia interamente buono (Yulwei è l'unico positivo, lo stesso Piedelungo, l'altro personaggio privo di meschinità, è però un vigliacco pusillanime) mentre i protagonisti che dovrebbero essere i buoni sono un insensibile e cinico torturatore (Glokta), Logen Novedita detto il Sanguinario perchè è capace di massacrare persino innocenti bambini (ma cerca di essere un uomo migliore), il potente mago Bayaz (bieco assassino, traditore senza scrupoli, Deicida), Jezal è un vanesio ufficiale e la sua (forse) innamorata ha comportamenti disinibiti ed è incline all'alcol (è di buona famiglia, ma non abbastanza)... insomma: un'umanità varia, gravata da mille vizi e difetti, che si contrappone a gente che è addirittura peggiore.
Eppure non si può non provare empatia per il supremo assassino che è Logen, o per il viscido e truculento Glokta. In questo è bravissimo lo scrittore, che ci descrive con rara bravura simili personaggi, tutti dai tritti forti e delineati, e riesce anche a farceli piacere. Nonostante i loro difetti.
La storia è appassionante, ricca di azione. Nonostante i molti combattimenti scorre con ritmo, scrittori meno abili confondono l'azione con il duello. In questo caso sono funzionali alla storia e l'appesantiscono.
Anche l'ambientazione è solida, pur ovviamente prendendo spunti dalla nostra storia reale, ma il contesto globalmente è efficace ed ha anche qualche spunto originale (l'originalità è ormai merce rarissima, soprattutto nel fantasy).
Il romanzo non può essere letto indipendentemente dai precedenti ("Il richiamo delle spade" e "Non prima che siano impiccati"), chi avessi inavvertitamente stimolato alla lettura di Abercrombie si attrezzi.
Ovviamente non è un ciclo scritto pensato per i lettori di Harry Potter, men che meno vempirelli sdolcinati ed altre "zozzerie" del genere.
E' per gente di sani appetiti ed un ottimo apparato digerente.
Voto: 9
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Si tratta del primo libro del ciclo di Deepgate, l'ultima buona pubblicazione della Nord prima della sua morte (in realtà la Nord non è finita, ma considerando ciò che edita sarebbe meglio se lo fosse).
Si tratta di una ben congegnata contaminazione di generi, ambientazione gothic, tratti steampunk e new weird. I personaggi sono numenrosi, spesso contraddittori, ed anche se il lettore empatizza per loro può succedere che i loro compostamenti infastidiscono in qualche maniera.
Come nella vita reale.
Il romanzo è costruito intorno all'alternanza tra i loro punti di vista, mentre la storia si sviluppa incentrata sullo scontro delle potenti divinità che si contendono il controllo della città di Deepgate.
Non spoilerizzo, ma il romanzo successivo, "Il dio delle nebbie", trovo che sia anche più visionario del primo, che già abbonda di spunti interessanti (anche se, purtroppo, non sempre sviluppati fino in fondo).
Il conclusivo romanzo, "Il dio delle anime", è quello più onirico: la guerra finale fra il mondo dei morti e quello dei vivi. A modo suo in questo ciclo l'autore ci vuole parlare di religione, anche se non in modo diretto come altri autori (Simak, per citare un grande del passato, oppure Simmons). Ma si può tranquillamente restare sul piano dell'azione e godersi l'intero ciclo semplicemente come l'appassionante lettura di evasione che è.
In conclusione si può dire che è stato il vero canto finale del cigno, di quel meraviglioso cigno che è stata la casa editrice Nord, di cui sono stato anche fedele abbonato (indimenticabili le confezioni cartonate che mensilmente mi consegnavano a casa mondi meravigliosi).
Voto: 8,5
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Il "fenomeno" editoriale del momento, un successo cresciuto dal web giacchè Howey ha pubblicato la prima stesura sotto forma di racconti direttamente on line, poi il favore incontrato ha spinto le case editrici ad interessarsi alla prima opera di questo autore americano.
Con qualche ritocco si è giunti a questa pubblicazione, la prima di un ciclo di tre.
L'impianto è quello del classico disastro apocalittico che ha colpito il pianeta Terra, purtroppo per colpa "nostra" (sul punto già dal primo romanzo si lasciano intendere ulteriori sviluppi), così l'umanità superstite si è rifugiata in sili sotterranei nei quali la vita è rigidamente controllata, la società è stratificata in classi, anche "geograficamente".
Ovvimanete gli elementi di "disturbo", come la protagonista, non vanno incontro ad un destino facile.
Come si vede non c'è una grande originalità, ma la storia è ben costruita, con un crescendo di rivelazioni (perchè i Pulitori, coloro che sono stati condanati a morire all'esterno per crimini ridicoli, una volta espulsi non si rifiutano di pulire le videocamere, ed anzi sembrano lieti di essere fuori?) la cui sequenza è veramente ben costruita.
Insomma: pur in un impianto non molto originale, la storia è invece ben elaborata. Il piccolo e claustrofobico mondo nel quale si svolge l'azione piano piano si "allarga", così come cresce la consapevolezza dei personaggi. Se Juliette, la vera protagonista, è indiscutibilmente una figura positiva, senza ombre, degli altri personaggi in primo piano non si può dire lo stesso: sono tracciati in chiaroscuro, persino il "cattivo" di turno è indiscutibilmente malvagio, ma in lui c'è la consapevolezza di agire per un bene superiore, che va ben oltre le difficoltà contingenti. Anzi: proprio per superarle.
Tutto sommato un buon romanzo di fantascienza "apocalittica".
Ridley Scott ha già acquistato i diritti per trarne un film.
Voto: 7,5
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Nel 2007 la gloriosa Nord (quando ancora si occupava veramente di fantascienza e fantasy) pubblicò questo libro, il primo di un ciclo detto dei "Bastardi gentiluomini", di un autore esordiente, lo sconosciuto Scott Lynch. La serie completa nel progetto avrebbe dovuto annoverare complessivamente sette volumi. Il secondo è stato pubblicato in Italia come "I pirati dell'oceano rosso", nel 2008, poi più nulla. Ritenevo che fosse dovuto alla terribile trasformazione della casa editrice Nord (da caposaldo del genere F&SF a... fate voi), invece solo in questi giorni è prevista l'uscita -americana- del terzo romanzo ("The republic of thieves"). Torna la speranza di poter gustare le mirabilanti imprese di Locke Lamora e dei suoi ribaldi compari.
Locke Lamora è un abilissimo e simpatico furfante, ladro e truffatore professionista che -in ossequio ai dettami di Robin Hood- è dedito sì alla malversazione, ma solo nei confronti di chi in fondo se lo merita.
Prendete una spruzzatina di Fritz Leiber, aggiungete due parti di Jack Vance, un tocco di Assassin's Creed ed otterrete un'opera gustosa, piena d'azione, con personaggi forse appena stereotipati, ma veramente divertenti.
La fortuna di questo ciclo è anche che le opere, almeno quelle pubblicate, hanno solo dei riferimenti, com'è ovvio che sia avendo gli stessi protagonisti, ma non sono "collegate". Ognuna è una storia a se, niente a che vedere con quegli esasperanti cicli, ad esempio "La ruota del tempo", che non sai mai come andrà a finire finchè non sei arrivato alla pagina -complessiva- n.15.378!
Insomma: coloro cui piace il fantasy, quello vero, setaccino la rete per reperire una delle ultime copie ancora disponibili di Scott Lynch.

P.S.
Se avrete la sensazione, leggendo questo primo romanzo, di essere in vacanza nella Venezia rinascimentale, sappiate che non avete le traveggole.
Voto: 8,5
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Joe Abercrombie  è una delle poche, felici nuove firme in un periodo che vede la pubblicazione quasi esclusiva di storie di vampirelle, elfi, draghi, principesse, nani, unicorni... insomma: un fantasy non solo più riciclato di un piatto di polpette della mensa universitaria, ma generalmente scritto con i piedi per lettori affetti da analfabetismo.
I personaggi di Abercrombie sono netti, credibili, pieni di difetti, creati in chiaroscuro, com'è giusto che sia, perchè nessuno di noi è buono, perfetto, privo di difetti.
Due personaggi spiccano tra gli altri, quali protagonisti. Glotka, già campione del Re reso storpio, dal nemico, tanto da essere disgustoso, riciclatosi come inquisitore e torturatore spietato, ed anche servile. Ma capace di slanci di generosità ed in possesso di un rigore etico che lo porta, laddove possibile, a comportarsi da "buono". L'altro è Logen Novedita, sterminatore del Nord sulla cui anima pesano più morti, innocenti o meno, di un'epidemia. Eppure anche lui rigorosamente cerca di restare nel "giusto", consapevole che fin troppe volte nel passato è stato impossibile. Ed altrettante lo sarà anche nel futuro.
Questo romanzo è il secondo del ciclo "The first law" (il primo è "Il richiamo delle spade"), sinceramente una delle migliori cose scritte negli ultimi lustri. Per certi versi è addirittura superiore a G.R.R. Martin, del quale non ha certamente la vastità, l'impianto monumentale, la complessità di personaggi ed intrecci. Le storie di Abercrombie a confronto sono quasi claustrofobiche, si incentrano in pochi personaggi essenziali, trame più semplici e definite, ma rispetto a Martin hanno una concretezza, una "fisicità" che raramente, anzi sicuramente mai si incontra in un'opera fantasy.
Abercrombie è un autore i cui romanzi "devono" avere un posto di primo piano negli scaffali della libreria di ogni appassionato. 
Oppure si possono leggere Troisi, Brooks... Meyer...
Voto: 9
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Gargoyle in questo momento è la casa editrice di punta, almeno per quanto riguarda l'offerta di nuovi autori di fantasy "adulta".
Le notti di Villjamur è il primo volume di un ciclo di quattro, quindi per coloro che apprezzeranno l'opera c'è spazio per altro godimento. Questo primo romanzo è indiscutibilmente introduttivo, serve più che altro per delineare il contesto ed i principali personaggi.
Nella sua opera Newton evidentemente compie quell'opera di contaminazione tra genery (fantasy e fantascienza) che oggi annovera numerosi autori (Sanderson, Erikson ecc.), ma se la parte "fantascientifica" in fondo è discretamente sviluppata, quella "fantasy" è più tirata via, anzi: addirittura sciatta (usare elementi appartenenti a differenti culture, come le banshees ed i garuda, è decisamente stridente).
Dopo Elric di Menibonè abbiamo un nuovo protagonista albino, addirittura apertamente (per il lettore) omosessuale. In questo caso la costruzione di un personaggio che avesse carattere e spessore viene effettuata con artifici, invece di usare abilità di scrittura. Più che i protagonisti principali, sono alcune figure che stanno un passo indietro ad essere più "vere" ed interessanti, come l'ispettore Rumex o la prostituta Tuya.
Il centro dell'azione è la città di Villjamur, ed il palazzo imperiale di Balmacara dal quale l'imperatore governa l'Arcipelago Boreale, mentre incombe l'arrivo del lungo Inverno. Pericoli di ogni genere, minacce interne ed esterne, incombono sui protagonisti. In alcuni punti non si capisce se l'autore soffra di inesperienza o di irrazionalità, oppure se abbia scritto certe scene e poi -innamoratosi di loro- non abbia avuto sufficiente razionalità per riscriverle o eliminarle.
Tutto sommato, pur tenendo presente i limiti, si può accordare a Newton sufficiente fiducia per proseguire la lettura, sperando che il secondo volume sia migliore.
Voto: 6
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Con una certa curiosità attendevo la prima pubblicazione italiana delle opere di John Scalzi. Il suo ciclo "old man's war" si è guadagnato un paio di candidature all'Hugo, ed il primo romanzo del ciclo (Morire per vivere, appunto) è già stato acquistato da Hollywood.
Sinceramente sono rimasto molto deluso. L'opera sembra scritta da un appassionato di videogame che in tenera età ha avuto anche la fortuna di imbattersi in due romanzi, che ha poi scopiazzato in maniera imbarazzante.
Stranamente, fra i ringraziamenti finali, ne cita solo uno, "Starship troopers" di Heinlein, mentre dimentica completamente quello in realtà cui deve il maggior tributo: "Forever war" di Haldeman. Con una palese citazione di Stanley Kubrick ("Full metal Jacket").
Chi ha letto questi due romanzi può tranquillamente evitare Scalzi, che non aggiunge assolutamente nulla agli autori che lo hanno preceduto (di una e di due generazioni).
La storia? Ai terrestri 75enni, afflitti dall'incurabile malattia che si chiama vecchiaia, viene offerta una seconda vita (ed un nuovo corpo) nelle Forze di Difesa Coloniale. Uno sporco e pericolosissimo lavoro fatto di massacri di alieni in giro per la galassia, e difesa della razza umana. Perchè la galassia è un posto assai cattivo pieno di alieni che, tra l'altro, si cibano anche di umani.
Lo stile di Scalzi, se di stile possiamo parlare, è assai semplice, colloquiale. E non perchè il romanzo è scritto in prima persona dal protagonista, o per il linguaggio da caserma cui indulge di tanto in tanto (fa così "ambiente"), ma proprio per la semplice colloquialità del racconto, o lo scarso spessore psicologico del protagonista cui Scalzi cerca di dare "anima" con il suo continuo e noioso richiamo all'amore per la perduta moglie Kathy.
In conclusione: un libro, ed un ciclo, da leggere al mare, sotto l'ombrellore, con la sonnacchiosa attenzione che merita.
Voto: 6---
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Nel 1970 il Premio Nebula viene aggiudicato a questo romanzo che è pura fantascienza spaziale. Seppure la trama abbia poco di originale (la missione esplorativa, il naufragio e le peripezie per tornare a casa... insomma: l'ennesima storia di Robinson nello spazio) sono due gli elementi "creativi" che hanno reso il romanzo (divenuto poi un ciclo, quello dello "spazio conosciuto") indimenticabile per chi lo legge.
L'ambientazione, il "ringworld" del titolo originale, un pianeta artificiale a forma di colossale anello costruito intorno alla sua stella. E la razza aliena dei Burattinai, creature patologicamente vigliacche che fuggono da qualsiasi situazione che possa avere la minima probabilità di essere dannosa, ed altrettanto manipolatrici.
Il romanzo è una grande avventura che si svolge sullo sterminato anello, vasto alcuni milioni di volte la superficie della Terra e che, misteriosamente, ospita altri esseri umani però regrediti ad uno stato preindustriale. I misteri del Ringworld verranno svelati nel corso delle innumerevoli peripezie che i protagonisti (un uomo, una donna, un Burattinaio ed uno Kzinti, una specie di grossa tigre intelligente ed ostile agli umani) affronteranno per riparare l'astronave e ripartire. Da leggere sicuramente.
Voto 8
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Poche opere possono vantare di aver segnato la letteratura fantasy come "The Dying Earth" ("La Terra Morente") di Jack Vance. Pochi lo sanno, ma persino Dungeons&Dragons (in nomi degli incantesimi e le regole per lanciarli per esempio) deve qualcosa a questo grandioso ciclo fantasy. La cui lettura è fortemente consigliata (Crepuscolo della Terra; Le avventure di Cugel l'Astuto; La saga di Cugel; Rhialto il Meraviglioso). L'importanza di questo ciclo di opere è tale che alcuni dei maggiori autori viventi, "coordinati" da Martin e Dozois, hanno deciso di tributare a Jack Vance una raccolta di racconti ambientati nella Terra Morente.
Urania li ha pubblicati in due volumi: Storie dal crepuscolo di un mondo 1&2 (n.1567 e n.1580). Ogni racconto è introdotto (e chiuso) dall'autore, che racconta come ha conosciuto "la Terra Morente" e l'importanza dell'immaginazione e dell'estro di Vance nella letteratura fantastica. Oltre a simpatici aneddoti.
Se gli originali sono imperdibili, anche questi due piccoli volumi sono estremamente godibili.
Voto 8
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